Aristofane e la moneta buona


Aristofane fu un grande poeta greco della commedia attica antica (Atene ca. 445 A.C. - 388 A.C.) e scrisse le
sue commedie in un momento particolarmente drammatico per la sua città, coinvolta nel grande conflitto
contro Sparta: una guerra trentennale, la Guerra del Peloponneso, culminata con la vittoria spartana.

Le "Rane" sono una commedia in cui si narra della discesa agli Inferi del Dio Dionisio, allo scopo di riportare in vita il drammaturgo Euripide, morto poco prima.

Notevole per il nostro studio numismatico il commento di Corifeo:

"Agio avemmo spesse volte d'osservare come Atene / 
a quel modo coi piú onesti cittadini si contiene / 
ch'usa pur con le monete vecchie e il nuovo princisbecche. / 

Tutti sanno che fra quante mai n'usciron dalle zecche, / 
vuoi d'Ellèni, vuoi di barbari, dappertutto, quelle sono, / 
e non altre, le più belle: quelle che rendono buon suono, / 
quelle che hanno buona impronta e son prive di mondiglia. / 

Pure, Atene non le adopera, e ai bronzini oggi s'appiglia, /
dalla zecca usciti appena ieri, perfidi nel conio."


Tradotto e parafrasato (Edizione Newton) suona così :

"Spesso ci è sembrato di osservare che a questa città (Atene ndr) capitasse nei riguardi dei buoni
e dei galantuomini, la stessa cosa che nei riguardi delle monete antiche e nuove. Delle monete antiche, che non erano già di falso conio, ma le migliori di tutte, come si sa, le uniche coniate a regola d'arte e provate giuste al suono, dovunque presso gli elleni e i barbari, noi non ne
facciamo alcun uso, e invece usiamo queste brutte monete di bronzo, uscite appena ieri dalla
zecca e pessime nel conio."

Il sunto è evidente: le monete di minor pregio (moneta cattiva) circolavano al posto delle monete vecchie ma pregiate (moneta buona).

Un altro passo, è stato definito come riguardante gli spacciatori di moneta falsa:

« Così anche tra i cittadini, quelli che conosciamo per nobili, saggi, giusti, educati nelle palestre, alla danza, alla musica, questi li scartiamo, e ci avvaliamo invece delle facce di bronzo, forestieri, furfanti e figli di furfanti, gli ultimi venuti, che un tempo la città non avrebbe usato nemmeno come capri espiatori. » 

(Aristofane - Le rane - vv. 727-735)

Così scrive Aristofane nemmeno 200 anni dopo l'invenzione della moneta; i mali e la moneta cattiva erano già ben visibili. Non c'è autore greco che abbia citato più frequentemente la moneta, eppure nelle sue opere questi accenni sono quasi accantonati dai commenti o dalle note delle moderne versioni. Egli si dovette comunque confrontare con questioni ‛pratiche’, quali la gestione della moneta nel mondo dell’utopia. Sebbene ciò avvenisse in modo non programmatico e con finalità legate anche all’efficacia momentanea della rappresentazione teatrale, i riferimenti aristofanei all’interno delle sue commedie possono così offrire una immagine concreta della progressiva débâcle della moneta ateniese dalla fine del V sec. a.C.

Le commedie "Gli uccelli" e le "Ecclesiazuse" riportano espliciti riferimenti a ciò, come la prospettiva di una città senza moneta:
"Ma qui tra gli uccelli, come si vive? Tu dovresti saperlo bene.Upupa: Non c’è male, se ci fai l’abitudine. Per prima cosa, non c’è bisogno della borsa per campare."