Boccaccio e la moneta fiorentina


Boccaccio fu
Leggendo nel Decameron la novella di ser Ciapelletto (I, I),
giunto alla celebre confessione, si trova questo passaggio:

Disse allora il frate: «Or bene, tu mi di’ che se’ stato mercatante: ingannasti tu mai persona così come fanno i mercatanti?» «Gnaffé,» disse ser Ciappelletto «messer sì, ma io non so chi egli si fu: se non che, uno avendomi recati denari che egli mi doveva dare di panno che io gli avea venduto e io messigli nella mia cassa senza annoverare, ivi bene a un mese trovai ch’egli erano quatro piccioli piú che esser non doveano; per che, non rivedendo colui e avendogli serbati bene uno anno per rendergliele, io gli diedi per l’amor di Dio.»

 

(Decamerone -

 

La voce picciolo ricorre altre volte nel Decameron, così come ricorre in altri novellieri italiani del Trecento, tuttavia uno schiarimento, che era insieme una introduzione in medias res ai problemi della moneta medievale, lo si ricavava ricorrendo alle due voci bibliografiche che Vittore Branca proponeva in nota al passo appena citato: un saggio di Armando Sapori... e il celebre terzo capitolo del libro "Moneta e civiltà mediterranea" di Carlo Cipolla, uscito nel 1957 per i tipi dell’editore Neri Pozza ma già apparso l’anno prima in inglese a Princetown, capitolo il cui titolo suona in italiano “Il grosso problema della moneta piccola”.
L’efficacia della spiegazione consisteva, come spesso accade in ambito storico, nel proporre una analogia non solo con la situazione della circolazione monetaria nell’Europa dell’età moderna ma anche, sia pure in modo implicito, con la situazione contemporanea. Tale analogia consente di percepire la forte alterità del sistema monetario tardomedievale, basato su due diversi mercati monetari la cui reciproca connessione non è immediata: il mercato della moneta piccola, quello delle piccole transazioni quotidiane, dei prezzi dei prodotti del piccolo artigianato, dei salari dei lavoranti e, dall’altra parte, quello della moneta grossa, delle transazioni importanti, della finanza e del commercio internazionali; quello della moneta che corre su tutte le mani e quello della moneta che corre sulle mani di pochi ricchi.
Due ambiti separati e fino a un certo punto indipendenti, l’uno prestigioso fermo stabile, l’altro soggetto a oscillazioni continue, in genere verso il basso e, sul lungo periodo, destinato a una progressiva erosione inflazionistica. Il punto di connessione era costituito dalla circostanza che le merci negoziate in moneta grossa sui circuiti importanti, internazionali o meno, erano prodotte da operai i cui salari venivano pagati in moneta piccola.
Sui meccanismi che ne derivano, ovvero la tendenza alla contrazione del valore reale dei salari e la connessa lievitazione dei profitti di imprenditori e mercanti, illustrati da Cipolla e da altri dopo di lui, per ora non mi soffermerò. Al momento importa avere stabilito una idea di separazione, di circolazione parallela, di non agevole né possibile, al di là di certi ristretti limiti, traducibilità di un sistema nell’altro. Una prima idea che costituisce una prima approssimazione alla conoscenza di un sistema e una ancora più primitiva approssimazione alla conoscenza del suo significato sociale e politico.

Per compiere un passo in avanti Boccaccio può ancora aiutare moltissimo. Si legga l’incipit di una delle novelle che hanno a protagonista Caladrino narrata da Filostrato nella nona giornata del Decameron:

"Mostrato è di sopra assai chiaro chi Calandrin fosse e gli altri de' quali in questa novella ragionar debbo; e per ciò, senza più dirne, dico che egli avvenne che una zia di Calandrin si morì e lasciogli dugento lire di piccioli contanti: per la qual cosa Calandrino cominciò a dire che egli voleva comperare un podere, e con quanti sensali aveva in Firenze, come se da spendere avesse avuti diecemilia fiorin d'oro, teneva mercato, il qual sempre si guastava quando al prezzo del poder domandato si perveniva. Bruno e Buffalmacco, che queste cose sapevano, gli avean più volte detto che egli farebbe il meglio a goderglisi con loro insieme, che andar comperando terra come se egli avesse avuto a far pallottole; ma, non che a questo, essi non l'aveano mai potuto conducere che egli loro una volta desse mangiare." [IX, 3, 4-5]

Con duecento lire di piccioli si poteva, tutt’al più, comperare tanta terra quanta ne sarebbe bastata per fare pallottole da balestra. La semplicità di Calandrino si manifesta immediatamente nella sproporzione tra la qualità della moneta e il tipo di merce che intende acquistare. Il punto sta, infatti, non nella quantità di moneta («dugento lire») ma nella natura di essa («di piccioli»). Essendo la lira, e il soldo suo sottomultiplo (20 soldi per una lira), delle pure unità di conto e non delle monete reali, Calandrino aveva ereditato dalla zia qualcosa come quarantottomila denari, quarantottomila piccole monete d’argento: quel «contanti» contribuisce a creare l’effetto comico del racconto. Eredità vistosa, ma inutile sul mercato immobiliare, buona invece per darsi il buon tempo con gli amici.