Dante e i falsari di monete e del fiorino


Dante Alighieri è il Poeta della lingua Italiana. Nella "Divina Commedia"
incontrò i falsari nella decima bolgia dell'ottavo cerchio dell'Inferno.
Una delle peggiori colpe, chi tentò di falsificare i fiorini d'oro.

 

"lo vidi un fatto a guisa di liuto,
pur ch’egli avesse avuta l'anguinaia
tronca dal lato che l‘uomo ha forcuto.

La grave idropisia, che sì dispaia
le membra con l’umor, che mal converte
che il viso non risponde alla ventraja,

faceva lui tener le labbra aperte,
come l’etico fa, che per la sete
l’un verso il mento, e l'altro in su riverte.

«O voi che sanz' alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo»,
diss' elli a noi, «guardate e attendete

a la miseria del maestro Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch'i' volli,
e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.

Li ruscelletti che d'i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l'imagine lor vie più m'asciuga
che 'l male ond' io nel volto mi discarno.

La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov' io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.

Ivi è Romena, là dov' io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch'io il corpo sù arso lasciai.

Ma s'io vedessi qui l'anima trista
di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.

Dentro c'è l'una già, se l'arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c'ho le membra legate?

S'io fossi pur di tanto ancor leggero
ch'i' potessi in cent' anni andare un'oncia,
io sarei messo già per lo sentiero,

cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto ch'ella volge undici miglia,
e men d'un mezzo di traverso non ci ha.

Io son per lor tra sì fatta famiglia;
e' m'indussero a batter li fiorini
ch'avevan tre carati di mondiglia».

 

« La Divina Commedia - Canto XXX:
VIII cerchio, X bolgia, vv 17-30 » 

 

 

 

Mastro Adamo, fu un falsario, probabilmente originario di Brescia (secondo altre fonti di Brest) e vicino a Firenze contraffece il fiorino d'oro*, dietro suggerimento dei conti Guidi di Romena, paese del Casentino**. Scoperto, fu mandato al rogo nel 1281.

Nella Divina Commedia è condannato all'idropisia e alla sete eterna.

Questo episodio dobbiamo tenere a mente tre considerazioni:

1) l'apparente esiguità del reato: l'imbroglio di 3 carati su 24 è solo il 12,5% del peso.

2) la pena della città: pena di morte !

3) la pena di Dante: siamo solo a 2 livelli sopra il Lucifero !

 

A nel castello di Romena è affissa al muro una targa riportante i versi di Dante.

 

Parafrasi o versione.

Mi si offerse alla vista uno che qualora s' immagini che dall’ inguine in giù tranche le fossero le cosce, rappresentava invero la forma d'un liuto. Dappoichè era costui oppresso da morbo di gravosa idropisz'a, la quale a cagione della mala elaborazione degli amori disproporziona e sforma talmente le membra che fa che la faccia si smagrz‘sca e si scarni, mentre che il ventre s’ ingrassa e si gonfia; onde a quel modo che fa colui il quale e cruciato da morbo d’etisia, cosi egli idropico arso da sete alfannava tenendo aperte le labbra, l'uno levato all'insù, e l‘altro riverso in giù al mento Or costui, poiché ci ebbe ceduti, prese cosl a gridare: O voi, che andate vagando in questo luogo di dolore senza che condannati io vi vegga a patir pena veruma, (e per me invero non so intenderne ragione), deh! guardate e ponete mente al miserrimo stato in cui si trova il maestro Adamo da Brescia: questi appunto son io, che mentre fui vivente nel mondo di lassù, menai vita gaudiosa, soddisfacendomi in tutto ciò che desiderai e volli: ed ora, ah misero me ! ora ardo di desiderio d'avere un gocciolo d'acqua, e aver nol posso.

Ora sappiate che tutti quei ruscellelli che dai verdeggianti ed ameni colli del Casentino discendono giù traversando la valle , e vanno a scaricarsi in Arno , bagnando delle loro fresche acque tutti gli erbosi lor canali, mi stanno di confinato presenti davanti agli occhi; e ciò non è senza ragion d‘alta giustizia, dap po"chè la loro imagìne che mi è viva alla men/e, non fa che accrescermi l' arsura che mi crucz'a, e ancor più che possa darmi scie quel morbo istesso dell'idropisia, per cui si smagrala e smunla è la mia faccia. La severa eterna giustizia, dalla quale colanm sono angustlalo e perconlalo, per maggiormente farmi sentir l'ardore dei miei non mai estinguibili desideri nella frequenza di forti sospiri, mi punisce col richiamarmi di continuo in mente la presenza di quei medesimi ameni luoghi, nei quali io commisi il peccato. Perchèlài appunto nel Casentino c'è Romena, dove stetti a batter moneta falsa coniando il Fiorin d'oro di Firenze, il quale porta impressa l'effige di san Giovan Battista; in pena di tal delitto fui preso e condannato vivo alle fiamme.

Ma se mi fosse concesso di poter vedere qui ancor punita l’anima rea del Conte Guido da Romena, o d’Alessandro, o del loro fratello Aghinolfo, io di certo, se mi si offrisse davanti agli occhi la limpida acqua di Fonte Brando, la tralascerei per saziarmi la vista a mirar costoro in questi tormenti. Ma già l’anima del primo di essi è venuta, e sta in questa Bolgia a pagarne il fio, se vero è quel che mi vien detto da questi spiriti arrabbiati che vanno intorno correndo e mordendo da cani: ma che mi giova ciò, se essendo io obeso non posso muover membro alcuno? Se almeno potessi aver tanto ancor di agilità che bastasse a farmi procedere per un’oncia di spazio in ogni cent’ anni, io di già, con tutto che questa gente faccia giro di undici miglia intorno, e non ha meno di mezzo miglio di traversata, mi sarei messo in moto per far camino, cercando di veder l’anima rea di quel Conte Guido tra tutta questa gente deformata e guasta. Sappiate ch’ io son condannato a penar qui tra questa turba per cagion di loro; perchè furono loro a indurmi a battere i Fiorini d'or' di Firenze, falsandoli in ventiquattro carati con tre di lega.

 

* Il Fiorino, moneta di Firenze, fu coniato in tre tratte diverse. Lord Vernon nelle sue Illustrazioni ha raccolto « che il primo Fiorino fu coniato nel 1252 d’oro puro, e secondo il Villani, fu al titolo di ventiquattro carati e del peso d’un ottavo d’oncia. La repubblica fiorentina durante i suoi maggiori infortuni, e fino agli ultimi anni della sua esistenza, mantenne sempre il fiorino d’ oro della stessa bontà e dello stesso peso. Al tempo di Dante i fiorini d’oro erano sparsi e circolavano in tutti i paesi d’Europa, sulle coste di Barbarie, dell’Egitto e di Romania.
Le tratte dei florini fatte in vita di Dante si possono annoverare a circa 150. Ad ogni tratta la Zecca apponeva un segno diverso; circa il 1303 al segno si trova aggiunto anche l'anno della tratta. Questo modo cessò col cadere della Repubblica; e nel 1533 si cominciò invece a porre lo stemma ducale de’Medici ».

- La lega suggellata del Battista era quella del Fiorino di Firenze, allegato di 24 carati d’oro fine;
il quale aveva da una parte 1’ effigie di S. Giambattista, e dall’altra il Giglio, arme di Firenze.

** Casentino è detto tutto quel tratto che forma il primo e più elevato bacino dell' Arno dal giogo di Falterona sino a Monte Giovi, estendendosi per miglia 24 in lunghezza , e nel lato opposto per miglia 21 in larghezza. È circoscritto da alti monti, i quali scendono dalla catena centrale negli Appennini per due diramazioni. La contrada è pressoché tutta montuosa; ma dove la valle maggiormente pianeggia e nei contorni del famoso Campaldino davanti a Poppi.
Le cime de’monti che circoscrivono il Casentino sono nella massima parte rivestite di boschi, di faggi e di abeti, fra i quali si cercarono un contemplativo ricovero alcuni Ordini religiosi, cioè in Camaldoli, in Vallombrosa e nell‘ Alvernia, luoghi ameni e deliziosi.
L’aria n'è eccellente; e limpida e fresca n‘é l’acqua, che per più rigagnoli e ruscelli scaturisce e scende da’ monti per andare a confondersi nell‘-Arno. Il Casentino e una lunga ed ampia valle che appare chiusa ovunque dalle appennine montagne, ma che si apre poi rivolgendosi verso la Chiana. Le acque dell’Arno la traversano tutta; sicché bello è vedere il piano che ha tanta copia di acque, le ripe su cui verdeggiano si spessi gli alberi, i poggi e le colline quasi tra' fiumi in isola, con molte caso nella pendice e con antiche castella o con moderni villaggi sopra la vetta. La valle e chiusa nel settentrione dai più alti gioghi degli Appennini che sono Serra, Giogana,
e Falterona.

- Romena fu un tempo capoluogo d' un feudo dei Conti Guidi, ed oggi non e altro che un Castello semidiruto in Valdarno del Casentino, posto a cavaliere d’un poggio, alla cui base scorre il fiume Arno. Alquanto sotto le mura Vedesi la sua antica pieve di S. Pietro a Romena, costruita fin dal secolo XII, benché vuolsi opera della contessa Matilde vanamente pretesa, mentre dalle antiche inscrizioni risulta chiaro che essa fu edificata dal pievano Alberico, 27 anni
dopo la morte della contessa Matilde, cioè nel 1152. Romena. cessò d‘appartenere ai Conti Guidi nel 1357 allorquando da due della famiglia, possessori della rocca e del feudo, fu venduta al Comune di Firenze. Per effetto di tale vendita la Signoria nel medesimo anno emise una deliberazione, con la quale esentò per 5 anni da ogni dazio e prestazione le genti di Romena e del distretto, con l’ obbligo però che comprassero dal Comune di Firenze il sale necessario al
loro consumo. A piè del detto Castello sta la Fonte Branda di cui appresso parla Dante, e spesso dai Commentatori confusa con quella di egual nome che è in Siena.