Le monete imperiali romane


La monetazione imperiale inizia con Giulio Cesare...


Con la riforma di Giulio Cesare lo Stato definì anche la ratio tra l’oro e l’argento e quindi distintamente quella tra questi due metalli con l’oricalco (ottone) e con il bronzo. In effetti si ebbe un plurimetallismo, ma dato il ruolo dell’oro per i grandi pagamenti e dell’argento per i vilia ac minuta commercia, la circolazione ebbe i caratteri del bimetallismo.

 

Con la riforma di Cesare Augusto il rapporto legale oro-argento fu stabilito in 1 a 12,5, mentre nel mercato era più favorevole all’argento. Il rapporto argento-bronzo fu fissato
in 1 a 48, per cui la moneta di bronzo divenne un semplice gettone. Infine i rapporti
oro-oricalco e argento-oricalco risultarono rispettivamente di 1 a 350 e di 1 a 28.

Con l’inizio del principato, la libera coniazione fu sospesa. I vantaggi del bimetallismo
rispetto al monometallismo furono trovati fin dall’antichità nel contenimento delle
oscillazioni del valore di mercato dei vari metalli in presenza della scoperta di nuovi
filoni, ma anche, e forse soprattutto, nella necessità di disporre di una moneta a
più alto valore, senza dover ricorrere a coniare grosse e pesanti monete di un
metallo meno pregiato.

Se sotto gli imperatori non si rispettò costantemente la moneta d'argento, anzi si viziò
qualche volta all'estremo, essi si mostrarono assai scrupolosi riguardo la moneta d'oro, divenuta la regolatrice delle transazioni. L'aureus di Giulio Cesare non variò che di
40 a 45 per libbra, anche sotto Nerone e gli Eliogabali. Il solidus d'oro che successe
all'aureus non fu mutato maggiormente. Anche sul declinare dell'Impero, gli imperatori d'Oriente e di Occidente, facevano una legge di mantenerne il peso e il titolo e Dureau
de la Malle
cita a proposito un passo notevole di una novella di Valentiniano III.
Circostanza notevole la quale rende un merito poco comune a tale buona fede del
governo di Roma: i tentativi di falsa monetazione dei privati furono invece in certe
epoche moltiplicati e arditi.*

Mentre l'aureo era scomparso dalla circolazione, il denario svilito circolava in
quantità enormi, il suo valore diminuiva di continuo e salivano di altrettanto i prezzi.
Sotto Alessandro Severo, 222 - 235 d.C., che pure sulle monete da lui coniate si fece
celebrare quale Restitutor Monetae (Salvatore della moneta), il denario era composto
per tre quarti di rame, in altre parole aveva perduto tre quarti del proprio valore; pochi decenni più tardi il contenuto di argento era ridotto al 5%: era diventato in pratica
una moneta di rame.

Nel 260 D.C. i cambiavalute si rifiutavano oramai di accettare la deprezzatissima
moneta romana, e dovettero essere obbligati con la forza ad accettare le monete a
corso legale; queste erano a tal punto prive di valore che lo stesso Stato le rifiutava, pretendendo che il pagamento delle imposte avvenisse in metallo prezioso. Questo
era poi fuso in barre e serviva a coniare sempre nuovi denari di scarso valore.
Vano si rivelò anche il tentativo, compiuto nel 301 da Diocleziano, di riprendere il
controllo della situazione finanziaria fissando i prezzi massimi delle merci e la misura
delle mercedi; vano come tutti gli altri provvedimenti del genere presi in seguito.
Le navi romane servivano anche all'importazione di beni di lusso, che venivano
pagati in oro e contribuivano ad allontanare da Roma la moneta "buona".

Tuttavia nel generale benessere dei secoli d’oro dell’impero romano il bimetallismo
permise di contenere le oscillazioni di prezzo dovute alla domanda sia di oro sia di
argento per usi non monetari. In queste circostante si preferì adeguare pesi e
contenuti di fino della moneta di minor valore. Anche la riforma di Nerone, nonostante
fosse complessa fino a introdurre elementi della circolazione fiduciaria del denarius
e a ritoccare lievemente anche il peso dell’aureo, osservò questa norma pratica.

Impero romano sotto Traiano alla sua massima espansione

Impero romano alla massima espansione sotto Traiano

C'erano due tipi di inflazione: nei primi secoli la moneta sovente perdeva valore nel momento in cui affluiva argento in eccesso; nella tarda età imperiale il fabbisgno di monete superava la quantita di argento affluito nelle casse dell'Impero. Ne risultò che per garantire la quantità di monete necessarie fu diminuita la percentuale di argento contenuto in esse, sopperendo con l'apporto di rame.

Il risultato fu che gli Stati confinanti non furono più disposti ad accettare il denaro Romano così impoverito del suo valore argenteo. In pagamento delle nuove esportazioni pretendevano oro e così ebbe inizio la grande emorragia dell'oro imperiale aureo, divenuto rarissimo all'interno e diffuso invece in Scandinavia, nella Russia Meridionale, persino in India, in Cina e in Africa; oro pretendevano anche i Sovrani barbarici per non assaltare i confini dell'impero, divenuto troppo debole per difendersi con le proprie armi.

La stessa riforma valutaria di Costantino 306-337, intesa a sostituire l'aureo, ormai in
pratica scomparso, con una nuova moneta d'oro, il solido, non valse a scongiurare la catastrofe: la nuova moneta prese in quantità sempre maggiori la via dell'estero.
In Germania era così apprezzata da indurre una modificazione delle antiche leggi
tribali ovvero le ammende non si pagavano più in bestiame bensì nella moneta d'oro
romana. Nell'ambito dell'Impero con l'unica moneta circolante, il follis di rame si
poteva acquistare ben poco e quindi riapparve il baratto; quanto all'oro residuo era
tesaurizzato dalle classi dominanti.

La rovina dell'economia stava per toccare il culmine, e l'inflazione rese più grave
la già precaria situazione romana; la situazione monetaria nell'impero romano
d'Occidente costituiva uno dei sintomi di una crisi generale, politica e morale.

 

* Michele Chevalier - "La moneta"