Il Grosso d'argento


Venezia tra il 1194 e il 1201 e Genova subito dopo abbandonarono il denaro e procedettero a coniare una bella moneta di argento quasi puro il Grosso appunto. Quello genovese dal peso di un grammo e mezzo, quello veneziano da oltre 2 grammi e in quantità superiori.


La città veneta, sotto il doge Enrico Dandolo, potè permettersi una moneta più massiccia quella della città rivale grazie all'argento portato in laguna dai cavaliere franchi in attesa di partire per
la IV Crociata (quella della Conquista di Costantinopoli).

Il successo del grosso valicò i confini delle due repubbliche marinare: Marsiglia lo coniò nel 1218, Tours nel 1226 le città toscane nel 1230 e a fine Duecento anche l'Inghilterra, anche se non vicircolò sino al 1350 sotto regno di Edoardo III. Fu imitato poi in Germania (groschen), in Polonia (grosz), e perfino in Oriente. Queste riforme monetarie coincisero proprio con i periodi di maggior crescita economica dei vari stati.

Naturalmente la Lira continua ad essere usata come unità di conto, solo che ora la si deve rapportare due volte: con i grossi e con i denari (chiamati piccoli) oramai una monetina brutta e svalutata usata ancora per il commercio spicciolo e pagari i salari dello stato.

Riscuotere in grossi e pagare in piccoli diventa in tal modo una potentissima e apprezzatissima fonte di guadagno. Il meccanismo è semplice: il valore teorico di una Lira è uguale sia in grossi sia in piccoli. Quel che invece cambia e di parecchio è il valore dell'intrenseco: nel primo caso 15,68 grammi d'argento, nel secondo 12,58; una differenza di circa il 25 %! *

Da qui prende origine quella dinamica tipicamente medioevale, e assente negli Imperi antichi, chiamata "doppia circolazione". Oggi non potremmo capirla, abituati come siamo a cambiare le banconote in monete piccole, con l'unico inconveniente di avere troppo peso nelle tasche.

Si capiva facilmente come lucrare sulla diseguaglianza tra i due valori e i Veneziani la sfruttarono spesso, con vere e proprie truffe di stato e nel Levante ne inventa una peggiore.

Il grosso nel frattempo diventò la moneta principale per effettuare acquisti in Oriente di spezie e beni esotici e perciò il governo cerca di preservarne il valore più a lungo possibile: l'intrinseco non cambiò sino al 1379 quando Venezia fu costretta a svalutare per finanziare la guerra di Chioggia contro i Genovesi.

grosso Moneta medievale d’argento, la più diffusa in Europa e nel Levante. Con essa, dal 13° sec., si rese effettivo il soldo della lira, fin allora nominale, equivalente a 12 denari; ebbe gran varietà di massa e valore, in rapporto ai denari delle singole zecche, e di denominazioni, derivate dal tipo o dall’autorità emittente o dal luogo di coniazione. Per il continuo aumento dell’argento, il g. raggiunse il valore di 2 e poi di 4 soldi; sempre per lo stesso fenomeno si ebbe il passaggio dal g. originario a quelli successivi diminuiti di massa e d’intrinseco (detti grossetti ). Il nome fu, invece, dato a molte monete italiane dal 14° al 16° sec., in relazione ad altre monete delle stesse zecche più piccole e di minor massa.

GROSSO. - Moneta. Quando il denaro (v.) per l'accresciuto valore dell'argento si ridusse a peso e dimensioni esigue, sorse la necessità di fare una nuova moneta più grossa e di maggiore potenzialità di acquisto e si creò il grosso, che equivaleva a 12 denari rendendo effettivo e reale il soldo della lira che, come questa, era stato fino ad allora soltanto nominale. Sembra che il primo grosso sia stato il gros tournois (grossus turonensis), coniato a Tours nel 1226; imitato poi in Germania (v. groschen), in Inghilterra (v. groat), in Polonia (grosz), e fino in Oriente. Di qui la grande varietà di peso, di valore e di denominazioni in rispondenza alla varietà dei denari, di cui era il multiplo e delle lire, delle quali era la ventesima parte. Fra tutte queste varie specie c'era però un nesso o rapporto, che si può studiare attraverso le tariffe e le gride, che ne fissavano il valore nei luoghi dove esse circolavano più o meno liberamente. Con l'andare del tempo e con la continua ascensione del valore dell'argento, il grosso crebbe di valore e da quello originario di un soldo salì a 2 e a 4, anzi quest'ultimo è il valore che viene ordinariamente rappresentato dalla parola grosso. Per lo stesso fenomeno diminuì anche di peso e allora fu detto grossetto. Il fatto, sempre rinnovantesi, dell'oscillazione del valore dell'argento rispetto all'oro studiato nei singoli luoghi e nei singoli provvedimenti adottati per equiparare le valute effettive al loro corso, serve a spiegare il passaggio dal grosso originario, divenuto di conto, a quelli successivi di peso e intrinseco minore fino a divenire una frazione di sé stesso. Esempio caratteristico il grosso o carlino papale, che divenuto giulio e poi paolo, finisce col diventare la metà di questo, e il grossetto anche meno, perché la lira originaria conteneva una quantità di argento doppia, tripla o quadrupla di quella che vi si conteneva all'epoca delle singole variazioni. Spesso è ricordato il grossone, che però non è moneta speciale per sé stessa, ma detta così in relazione con altra più piccola e di minor peso. (V. bianco; bolognino; clemente; giulio, ecc.).


Bibl.: E. Martinori, La moneta ecc., Roma 1915, p. 195 segg.

matapane Nome (dall’arabo mautabān, moneta in corso durante le crociate) dato al ducato d’argento o grosso, fatto coniare dal doge Enrico Dandolo verso il 1202; prima moneta veneziana importante, ebbe largo credito e fu imitato in altre zecche italiane.

MATAPANE. - generalmente designato con questo nome, di cui non si conosce l'origine, il grosso d'argento di Venezia detto anche ducato (v.), emesso per la prima volta dal doge Enrico Dandolo verso il 1202, che doveva servire per i traffici con l'Oriente e aveva i tipi delle monete bizantine.
Bibl.: E. Martinori, La moneta ecc., Roma 1915, s. v.; N. Papadopoli Aldobrandini, Le monete di Venezia descritte ed illustrate, I, Venezia 1893, p. 56, tavv. V, VI; G. A. Zanetti, Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia, II, pp. 167, 226; III, p. 247.

 

 

* Alessandro Marzo Magno - "L'invenzione dei soldi"