L'unione monetaria scandinava


La Scandinavia precede l'Euro.


Durata quasi un cinquantennio dal 1873 al 1931, l’Unione monetaria scandinava tra Danimarca, Norvegia e Svezia presenta un interesse notevole, che le fa superare la cornice territoriale relativamente ristretta nella quale essa ha operato.

L’integrazione, difatti, non ha riguardato, come nei casi precedenti, solamente la moneta metallica, ma ha toccato anche le banconote, le quali potevano circolare liberamente al di fuori dello stato di emissione.

La grande solidarietà culturale, che univa i tre stati nordici, permise loro di andare più lontano dell’Unione Latina, che pur era stata il loro riferimento iniziale.

Purtroppo queste solidarietà tradizionali non impediranno il nascere di differenze di fronte alle divergenze di politica economica. Era un’unione già fragile, quella che dovrà affrontare le conseguenze indirette della prima guerra mondiale. Le profonde perturbazioni economiche, provocate dal conflitto, non risparmiarono questi stati nonostante la loro neutralità, e l’unione ne uscì moribonda.

I tre paesi avevano conosciuto, come la maggior parte degli stati europei, dei grossi disordini monetari all’inizio del sec. XIX, per cui si sentiva un profondo bisogno di stabilità. I sistemi monetari dei tre paesi scandinavi erano fondati sull’argento, secondo il modello della città di Amburgo con la quale essi avevano intense relazioni commerciali. L’unità si chiamava ovunque taler (tallero), ma la sua equivalenza in metallo e le sue suddivisioni variavano. Il tallero norvegese valeva due talleri danesi e quattro svedesi ed era diviso in 120 scellini, mentre il danese corrispondeva a sei marchi ed ogni marco valeva 16 scellini. Solo il tallero svedese aveva una divisione decimale in 100 øre.

Questa complessità non disturbava una forte intercircolazione tra le tre nazioni. In media un quinto della circolazione di ogni paese era composta dalla moneta degli altri e localmente, nelle zone di frontiera, il fenomeno era maggiore, come nel sud della Svezia, dove circolavano soprattutto monete danesi. Stessa situazione si riscontrava nelle riserve delle banche di emissione, dove si accumulavano le monete degli stati vicini. I tre paesi scandinavi avevano partecipato alla Conferenza Internazionale di Parigi del 1867, la quale non aveva conseguito risultati pratici, ma aveva creato molte aspettative di adesione al sistema del franco germinale. La Svezia si era dimostrata particolarmente interessata, tanto da cominciare fin dal 1869 ad adattare il suo sistema monetario a quello francese.

Essa coniò, difatti,una nuova moneta d’oro, chiamata Karolin, in tutto identica alla moneta da 10 franchi francese. Il Karolin non aveva corso legale, ma era utilizzato in ambito commerciale. È da notare, però, che si trattava di una moneta d’oro, mentre nell’Unione Latina il riferimento era piuttosto l’argento, come accadeva, d’altronde, nei sistemi scandinavi. In effetti, le discussioni parigine del 1867 avevano evidenziato grandi esitazioni tra i tre stati nordici, che si chiedevano se fosse ragionevole aderire ad un sistema bimetallico in crisi, quello dell’Unione Latina, mentre i principali partner commerciali utilizzavano il gold standard, come l’Inghilterra, o si preparavano a farlo, come gli stati tedeschi.

L’unificazione tedesca, in itinere, era un altro fattore di esitazione, poiché attirava la Norvegia e creava avversità in Danimarca, provata dalla disfatta del 1864. Queste esitazioni furono spazzate via velocemente dai risultati della guerra franco-prussiana del 1870. La vittoria della Germania indebolì le posizioni della Francia, dell’argento e dei fautori del bimetallismo. Comunque per gli stati scandinavi risultava politicamente impossibile raggiungere il sistema tedesco o allinearsi ai suoi principi.

Non restava che mettere a punto un sistema puramente scandinavo, cosa che cercò di realizzare una Commissione monetaria, che si riunì a Copenaghen il 19 agosto 1872. L’accordo per l’unione monetaria fu firmato a Stoccolma il 18 dicembre dello stesso anno e il successivo trattato, rattificato senza problemi da Danimarca e Svezia, il 27 maggio 1873, fu rigettato dal Parlamento norvegese a stretta maggioranza.


Il timore, che l’unione monetaria servisse a rinsaldare l’unione politica con la Svezia, aveva intimorito i norvegesi. Tuttavia, subito dopo, la Norvegia coniò una nuova moneta, la krona (corona) divisa in 100 øre, che rispettava le regole dell’accordo del 1872.

Ciò rese possibile la successiva adesione all’Unione monetaria scandinava, che avverrà grazie ad un nuovo trattato del 16 ottobre 1875. Il testo firmato il 18 dicembre 1872 e ratificato l’anno seguente, si ispirava molto alla Convenzione monetaria del 1865.


Esso si presentava, innanzitutto, come un elenco di prescrizioni tecniche sull’emissione delle specie metalliche, corrispondenti a una nuova unità comune, la krona, uguale in peso e titolo alla vecchia moneta aurea svedese, il riksdaler, e prevedeva la coniatura di pezzi da 10 e da 20 Kroner d’oro, e di monete divisionali e spiccioli da 2 e 1 Kr.,50,25 e 10 øre in argento o altri ‹‹metalli inferiori››. I pezzi avrebbero avuto gli stessi pesi e formati in ogni paese.

La corrispondenza con le monete precedenti era fissata nel seguente modo: una corona valeva un tallero svedese, mezzo tallero danese ed un quarto di tallero norvegese. In effetti il nuovo sistema comune si rifaceva al vecchio sistema svedese, che era già decimale.

Ma per preoccupazione di continuità il taglio del pezzo da 20 Kroner era fissato a 124 per Kg d’oro a 900 millesimi, per cui non vi era corrispondenza né con il 20 franchi francese, al taglio di 155 al Kg, né con il nuovo pezzo tedesco da 20 marchi, a 139,5 al Kg.

In particolare, quest’ultima circostanza fu adottata dall’Unione per non dispiacere alla Danimarca, interessata a mantenere una differenza con un vicino che l’aveva privata di una parte del territorio nazionale.

Da un esame sommario,il sistema monetario scandinavo sembrava più libero di quello dell’Unione latina, perchè, a differenza di quest’ultima, non c’erano limitazioni concernenti le monete divisionali, né in quanto alle qualità coniate, né relativamente al potere liberatorio.

Questa assenza di restrizioni era giustificata dall’impossibilità di fissare dei contingenti, perché i bisogni di moneta corrente, in ognuno dei tre paesi, erano difficili da stimare.

Ma questa libertà é solo apparente, perché nella Convenzione vi era una clausola di ‹‹riscatto›› illimitato:ogni stato emittente si impegnava a riprendere, a domanda di un altro stato, tutte le proprie monete divisionarie emesse e a cambiarle in monete d’oro. Si scoraggiavano, così,le eccessive emissioni da parte dei singoli stati.

È da dire, però, che un’analoga clausola di riscatto esisteva nell’Unione latina, con la possibilità di cambio in oro o in scudi d’argento, ma essa sembrava insufficiente ed era completata dalle restrizioni quantitative molto rigorose, che saranno spesso contestate in seguito e saranno oggetto di discussioni.

Vi era, poi, un’altra clausola molto rigorosa, secondo la quale uno Stato membro non poteva concludere altre convenzioni senza l’assenso dei partner. Questa clausola, che aveva lo scopo di evitare ogni ricongiungimento indiretto ed involontario al sistema tedesco o a quello dell’Unione latina, contrastava con la notevole apertura della Convenzione di Parigi del 1865, che non prevedeva niente in questo senso e permetteva delle adesioni senza l’accordo dei fondatori.

L’Unione scandinava conobbe, fin dai primi anni, il dominio della circolazione fiduciaria, facilitata dall’esistenza di banconote di piccolo taglio. Nel 1865, la parte di biglietti nella circolazione monetaria era del 52 per cento in Danimarca, del 70 per cento in Svezia e del 74 per cento in Norvegia.

Tali percentuali sono altissime se si paragonano al solo 24 per cento esistente in quel momento in Francia. Fin dall’inizio dell’Unione, le banche centrali dei tre paesi accetteranno, alla pari, ognuna i biglietti emessi dalle altre, anche se non vi sarà, per lungo tempo, nessun impegno scritto. L’accordo tra Norvegia e Svezia fu siglato solo nel 1894, ad esse si aggiunse, nel 1901, la Danimarca. In oltre, nel 1885, prese il via un accordo di clearing scandinavo.

Le tre banche centrali si aprirono reciprocamente dei conti correnti, che funzionavano senza interessi, né commissioni. Il clearing avveniva ogni tre mesi ed i saldi debitori dovevano essere regolati in oro, ma tale sistema, così vantaggioso, fu denunziato dalla Banca di Svezia nel 1905, poco dopo la rottura politica con la Norvegia.

Nessuno dei paesi scandinavi partecipò alla prima guerra mondiale, ma essi ne furono economicamente coinvolti, tanto che, sospesa durante il primo conflitto mondiale, l’Unione ricominciò a funzionare molto faticosamente dopo il 1918. La Svezia fu il primo paese, in Europa, a ristabilire la convertibilità dei biglietti nel gennaio 1924.La Danimarca la seguì nel dicembre del 1926, poi fu la volta della Norvegia, nel maggio 1928, ma le regole monetarie erano molto differenti tra i tre paesi e in Danimarca, in particolare, la libera convertibilità si effettuava solamente in barre d’oro di valore molto elevato.

In realtà, l’oro in Europa non circolava quasi più. Infine,in seguito alla crisi del 1929, particolarmente sentita in questi paesi con la vocazione all’esportazione, i tre stati scandinavi abbandonarono uno dopo l’altro il gold exchange standard, diventato insostenibile, e tentarono di entrare nell’area della sterlina, cosa che avvenne dal 1933. Il 1931 segna la fine definitiva della Convenzione del 1872.

 

 

Interamente scritto da Fulvio Mastrangelo