Carlo Magno e la moneta carolingia



Lungo il Reno, la Mosa e la Mosella nel regno franco dei Merovingi fu ripresa nel VI secolo la coniazione di monete d'oro e agli inizi del VII secolo a Dorestad città posta sul Reno, si ricominciò una coniazione in argento di grandi dimensioni, dalle quale prese origine la fioritura del commercio frisone, ma in realtà fu solo con la riforma monetaria dei re carolingi Pipino e Carlo Magno che furono poste le basi della storia monetaria europea.

Non siamo però più in presenza di un sistema monetario evoluto come quello Romano, ma di uno rozzo e primitivo basato sull'argento. Carlo Magno difatti, nel tentativo di restaurare l'antico Impero romano in Occidente (800) cercò di dare ai territori assoggettati un sistema monetario unico ma essendo molto diminuito l'oro in Occidente attratto verso l'Islam e l'Impero Romano di Oriente, egli fu costretto ad optare per un monometallismo argenteo.*


Sin dagli inizi dell'epoca barbarica difatti la rarità dell'oro in Occidente era evidente, si fabbricavano ancora oggetti o gioielli d'oro assottigliando il materiale, ma nelle monete d'oro diminuiva a vista d'occhio il contenuto di fino ed esse erano ormai solo un lontano ricordo di quelle coniate negli ultimi anni dell'Impero. Gli oggetti d'oro, tra cui le monete, erano sempre tesaurizzati e nascosti, ma esistevano ancora, rinchiusi soprattutto nei monasteri.

Ritorno al baratto. Dopo il crollo dell'impero romano occidentale l'economia si era ridotta ai suoi componenti elementari, dal momento che l'industria e gli scambi commerciali erano quasi ridotti a zero. Ciò ebbe per conseguenza l'inizio della formazione della curtis feudale, dove il castello o il convento con i loro possedimenti terrieri divennero entità economiche indipendenti, in cui si produceva tutto autonomamente oppure si ricorreva agli scambi di beni in soprannumero. Della moneta si faceva a meno, questa era non solo la merce più rara ma anche la meno richiesta. Le poche monete d'oro dei re Merovingi, circolanti dopo la riforma monetaria carolingia del 781 furono accaparrate da istituzioni ecclesiastiche e laiche per conservarle nei propri tesori. Esse cambiavano proprietà solo in seguito a matrimoni o eredità, venivano fuse per trasformarle in oggetti ornamentali e servivano all'alta aristocrazia per pagamenti di carattere eccezionali. Le monete d'oro avevano perduto la loro funzione di denaro circolante, assegnata durante l'antichità classica per tornare a quella protostorica di beni da tesaurizzare. L'uomo della strada riusciva anche raramente a vedere le monete d'argento coniate da Carlo Magno, la gente comune le prendeva in pagamento malvolentieri al punto che un decreto nel 794 ne dovette rendere obbligatoria l'accettazione. Come avveniva agli esordi dell'economia era più facile scambiare merci contro merci che non contro monete d'argento.

Così presenta C.M.Cipolla il quadro storico.

Le riforme monetarie di Carlo Magno erano quindi avvenute nell'ignoranza e indifferenza generale eccettuato un gruppo di consiglieri reali. R.Nietsche arriva ad affermare che un contadino, se avesse avuto la fortuna di possedere un denaro, non avrebbe saputo come usarlo e l'utilità sarebbe stata nulla: "di una moneta si poteva farne suppergiù quello che si potrebbe farne oggi su un isola deserta".**

Con ciò si comprende la legge del 794 d.C. per rendere obbligatoria l'accettazione della moneta.

Inoltre che differenza con il sistema romano, lì monete d'oro, d'argento e di bronzo, qui una sola moneta sottile d'argento del diametro di circa 20 mm dal peso di circa 1,7 g con un titolo di circa 950 millesimi, rozzamente disegnata e dal nome riecheggiante i fasti di Roma: "Denaro".



Non vi erano nè multipli nè sottomultipli, sicchè per i pagamenti più consistenti si ricorse ad alcune unità di conto come il Soldo pari a 12 denari, e la Lira pari a 240 denari ossia ad una libbra (un valore di peso di 408 grammi) d'argento. Nasceva così, come moneta non coniata, la Lira, e veniva introdotto un sistema di conteggio della moneta fondato su lire, soldi e denari che sul continente europeo durò sino alla rivoluzione francese.

 

La riforma raggiunse però alcuni importanti obiettivi, dimostrando una forte attenzione per l'unione formale dell'Impero e una discreta pianificazione. Siamo quindi in presenza di un tentativo di dare al regno Franco, che stava crescendo in tutte le direzioni, un sistema monetario unico, indice di coesione e atto a semplificare il poco commercio restante. Il denaro era di peso superiore di circa il 30% a quello romano e ciò ne dava credibilità e importanza superiore alle monete dei regni precedenti. Soprattutto verso i paesi nordici questo cambiamento si mostrò come un forte segnale di potenza e stabilità e rese il denaro molto richiesto.

Alcuni storici sostengono inoltre che la contrazione del commercio non fosse così elevata come appare a prima vista, ma le sue direttrici si erano spostate dall'area mediterranea a quella scandinava e orientale, con esigenze quindi diverse: l'argento era lavvia molto apprezzato.

 

 


Le zecche private presenti in alto numero, persino in piccole città o monasteri furono in gran parte chiuse e ne restarono attive solo una parte, soggette al diretto controllo imperiale, e obbligate tutte a coniare la stessa moneta. Un segnale di uniformità non più visto per secoli.

I mercanti che commerciavano col Mediterraneo possedevano ancora monete d'oro e Flavio Barbiero cita il ritrovamento di uno scheletro nella zona di Bologna, nella qui borsa erano presenti monete d'oro bizantine e arabe. Nel Sud Italia infatti, legato e in parte posseduto dall'Impero bizantino circolavano monete diverse e si trovavano regolarmente quelle d'oro.

"Anche la Lira si è fermata a Eboli" è la famosa frase di Cipolla per descrivere questa situazione.

"Per oltre 100 anni dalla nascita del denaro carolingio, non vi furono innovazioni di rilievo; esso mantenne inalterati il suo peso e la sua lega, e la Lira continuò a significare 240 denari." **

Dal secolo X iniziarono le svalutazioni e il denaro perse valore, con diminuzioni del peso o peggioramento della lega, quando non accaddero tutte e due le cose contemporaneamente. Verso il 1150 la situazione appariva in tutta la sua gravità: i denari erano ridotti ad una monetina talmente sottile, facile a piegarsi tenendola tra le dita.**

I denari di Pisa e Lucca, zecche imperiali, erano tra i migliori in Italia ma contenevano comunque solo 0,6 grammi di argento, ossia poco più di un terzo del denaro carolingio.

Nei decenni successi la situazione continuò a peggiorare ed oramai rappresentava un freno al rinascere degli scambi e dei traffici commerciali. Saranno alcune città italiane e le Repubbliche Marinare a modificare lo scenario con la creazione di nuove monete di valore più alto e di stabilità decisamente superiore, atte a farle accettare su mercati internazionali sempre più ampi.

La Lira: "Un fantasma col piede d'argento" come la definì Mario C. Cipolla.

 

* Fulvio Mastrangelo - "Tentativi di unione monetaria"

** Ronald Nitsche - "Alla scoperta della moneta".

*** Mario C. Cipolla: " Le avventure della Lira".