Dante e le falsificazioni di Filippo il Bello


Dante Alighieri è il Poeta della lingua Italiana. Nella "Divina Commedia"
non cita mai direttamente Filippo il Bello ma ne ricorda il dolo sulle monete.


Filippo IV il Bello, nacque nel 1268, figlio di Filippo III l'Ardito, cui successe sul trono di
Francia nel 1285, e fratello di Carlo di Valois. Rivendicando il diritto al controllo sul clero
francese si pose in urto con il papa Bonifacio VIII per affermare la supremazia del potere
imperiale su quello ecclesiastico, situazione che condusse al famoso "Schiaffo di Anagni",
all’elezione di un papa francese, il Clemente V che scioglierà i Templari, e infine al
trasferimento in suolo francese, ad Avignone, della Santa Sede.

Dante cita indirettamente Filippo alcune volte nel poema senza farne mai il nome, solo con parafrasi e sempre in termini estremamente polemici per il suo contrasto con la Chiesa e soprattutto per la sua avversione ai Cavalieri Templari, delle cui ricchezze si voleva
impadronire e con cui era fortemente indebitato.

Secondo la Cronaca del Templare di Tiro nel 1295, Filippo fece grandi pressioni sul tesoriere
del Tempio di Parigi, Jean de la Tour, per ottenere prestito di 400.000 fiorini, mandando su
tutte le furie il Gran Maestro Jacques de Molay. Il sovrano aveva una grande necessità di
denaro liquido per finanziare le sue imprese militari e ricorse a tutti i prelievi fiscali
possibili in modalità assai spregiudicate.

Dante non lo incontra all'Inferno poichè durante il suo viaggio era ancora vivo, ma già in
alcuni canti del Purgatorio lo cita negativamente e accredita la tesi secondo la quale la vera
causa della fine dei Templari fu la volontà del sovrano di impossessarsi del loro patrimonio;
la più famosa terzina è quella in cui Filippo III l’Ardito e Enrico I di Navarra,
rispettivamente padre e suocero, si dolgono a causa della sciagurata discendenza:

“Padre e suocero son del mal di Francia:
sanno la vita sua viziata e lorda,
e quindi viene il duol che sì li lancia.”


(Purgatorio, VII, 109-111)

Conoscono la sua vita crudele lorda e se ne rammaricano: Filippo è definito "mal di Francia".

Oltre a ciò, Fillippo il Bello commise gravi e immorali alterazioni della moneta francese, in particolare su quella d'oro. Coniò cioè monete il cui valore reale era molto inferiore al valore
nominale per finanziare le sue guerre, cui si aggiunsero un aumento del valore e lo squilibrio
del rapporto fra oro e argento. Le conseguenze economiche e psicologiche delle svalutazioni
furono molto forti in tutta la Francia e si ripeterono più volte, sino al 1313, anno precedente la morte del re. I danni dovettero essere così gravi che alcuni insigni economisti dell'Ottocento
(M. Chevalier, Humboldt...) consideravano al confronto giustificabili le svalutazioni avvenute nell'antichità, tipo quelle nell'Impero Romano del III secolo a.C.

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Vi sono autori e alcuni siti Web a giustificare il re francese sia perchè "Era una pratica antica" -
"La stessa politica attuata da tanti altri sovrani nella storia" sia perchè Dante, legato al
concetto di repubblica, non capiva la crescente importanza degli stati nazionali.

Sorprende l'Enciclopedia Dantesca Treccani (1970) a difendere con vigore il suo operato,
volto a rafforzare il regno di Francia "come un sovrano unicamente rivolto agl'interessi e al consolidamento del proprio regno, non certo come un mal di Francia (VII 109). Tutta la politica
di F. infatti dev'essere considerata in funzione della formazione e del rafforzamento dello stato nazionale e della presa di coscienza da parte del re che tale organismo non poteva essere valido
se non fosse stato garantito da una forza direttiva libera da qualsiasi vincolo esterno che potesse minarne la libertà di azione
." e migliorare l'apparato statale "si può far rientrare in un abile e necessario provvedimento amministrativo di svalutazione della moneta.".

Come se l'arresto e l'uccisione del fior fiore della sua cavalleria servisse al bene della Francia!!
D'altronde i risultati si vedranno nella guerra dei “Cent’anni” contro Edoardo III d'Inghilterra
e nella famosa battaglia di Crecy, culminata con una schiacciante vittoria inglese.

Inoltre Filippo il Bello si è distinto fra tutti per la detestabile pratica di alterazione.
"Nessun sovrano ha meritato di più il soprannome di "falsario monetario", col quale
lo indicava il popolo di Parigi e col quale Dante lo ha infamato nel suo Inferno." *

Egli fece in quest'occasione delle impudenti menzogne. Affermava nei suoi editti,
che
le nuove emissioni « erano della stessa bontà che ai tempi del santo re Luigi »,
mentre non era vero. **

Il popolo francese non capì, come Dante, l"abile e necessario provvedimento amministrativo": a Parigi ci furono vari disordini dovuti alle proteste per tali falsificazioni, e nel più grave del 1306
il re di Francia si salvò a stento d alla folla inferocita.

Dal momento che battere moneta era prerogativa imperiale e reale, di cui il sovrano era
garante dell’autenticità, la gravità di questa trasgressione era agli occhi di Dante molto
superiore a quella commessa da un individuo comune, dal momento che ad essere
minacciata era la comunità in senso lato ovvero la Francia tutta.

Nicola d'Oresme aveva ben chiare le gravi colpe di Filippo quando cinquant'anni
dopo scrisse il suo trattato sulla moneta!

Episodi di svalutazioni erano capitate molte volte in passato ma molto diluite nel tempo e mai
sull'oro. Solo Enrico VIII d'Inghilterra riuscì, due secoli dopo, a commettere di peggio!


Chaise d'or - Philippe IV the Fair ( 1285 - 1314 )

I due episodi, Templari e monete, sembrano scollegati ma nel grave disordine del 1306
dovuto alle proteste per le falsificazioni, il re di Francia si rifugiò addirittura presso
i Templari per sfuggire alla folla inferocita!

Dante fa raccontare a Ugo Capeto i misfatti dei suoi discendenti. Siamo nel quarto girone,
dov'è punito il peccato dell'avarizia. Essa indicava non solo l'attaccamento al denaro ma anche
la cupidigia, un'avidità sfrenata di possesso, in genere di beni materiali, ma anche del potere.

 

Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
ch'io attenda di là, ma perché tanta
grazia in te luce prima che sie morto.

Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta.

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta.

Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,

trova'mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d'amici pieno,

ch'a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa.

Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.

Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e Guascogna.

Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

Tempo vegg' io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ' suoi.

Sanz' arme n'esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta.

L'altro, che già uscì preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l'altre schiave.

O avarizia, che puoi tu più farne,
poscia c'ha' il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne?

Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.


Veggiolo un'altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele».

« La Divina Commedia - Purgatorio, Canto XX » 

 

 

 

 


Qui si cita la soppressione dei Templari, avvenuta senza decreto, cioè senza aspettare il
decreto papale del 1312, il quale solo poteva sciogliere l'Ordine; furono torturati e uccisi
molti cavalieri, arrestando e accusando di eresia perfino il Gran Maestro Jacques de Molay,
e naturalmente incamerandone gli enormi beni. Oltre al gran vantaggio per Filippo,
definito nuovo Pilato, di estinguere i suoi debiti!

Esiste però anche l'ipotesi che i Templari salvarono il grosso dei beni su una carretta di fieno, la quale li trasportò in un porto, dove furono imbarcati su una nave partita per una destinazione sconosciuta, forse la Scozia.

"Dante si rivolge allo spirito salvatore di Ugo Capeto, il capostipite della dinastia dei re francesi.
Egli condanna la sua discendenza che, per la cupidigia di potere e ricchezza, ha intrapreso un’opera di frode, di violenza e prevaricazione. Fa riferimento a Carlo I d’Angiò,
venuto in Italia per uccidere l'ultimo degli Svevi e far morire avvelenato San Tommaso. Poi
ricorda le gesta disonorevoli di Carlo di Valois e di Carlo II d'Angiò. Tuttavia Ugo Capeto
profetizza che il peggio ancora non è ancora stato veduto. L'attuale re di Francia compirà
degli atti la cui nefandezza farà impallidire quelli dei suoi già sciagurati antenati. 


Ugo si rivolge a Dio, implorando la sua giusta vendetta. Un’invocazione che può ben essere accostata alla maledizione pronunciata il 18 Marzo del 1314 da Jacques de Molay. C'è chi
sostiene che Dante sia stato a Parigi nel 1309 e abbia incontrato in carcere de Molay.

Ugo Capeto risponde poi alla seconda domanda di Dante, dicendogli che le anime degli avari
e prodighi recitano di giorno esempi di povertà e liberalità, e di notte di avarizia ricordando personaggi tristemente famosi per via di questo peccato: Pigmalione, Mida, Acan,
Anania e Safira, Eliodoro, Polimestere e Crasso."


 

Nel Canto XIX del Paradiso, nel cielo di Giove dedicato alla Giustizia, l'aquila imperiale cita vari principi cristiani malvagi, tra cui Filippo di cui è risaputo arrechi danno alla Francia emettendo moneta falsa.

Che poran dir li Perse a' vostri regi,
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?

Lì si vedrà, tra l'opere d'Alberto,
quella che tosto moverà la penna,
per che 'l regno di Praga fia diserto.

Lì si vedrà il duol che sovra Senna
induce, falseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di cotenna.


Lì si vedrà la superbia ch'asseta,
che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,
sì che non può soffrir dentro a sua meta.


« La Divina Commedia - Paradiso, Canto XX, versi 112-123 »


L'aquila allude, insieme alla singolare morte del re, deceduto durante una battuta di caccia a causa di un cinghiale che lo disarcionò da cavallo, anche alla colpa probabilmente "minore" che ebbe.

Pd. XIX, 118-120
Lì si vedrà il duol che sovra Senna
induce, falseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di cotenna.

L'accusa di coniare moneta falsa, Dante la trasse dal Villani: "e per fornire sua guerra sì fece falsificare le sue monete, e la buona moneta del tornese grosso, ch'era a undici onze e mezzo di fine, tanto il fece peggiorare, che tornò quasi a metade, e simile la moneta prima; e così quelle dell'oro, che di ventitre e mezzo carati, le recò a men di venti, faccendole correre per più assai che non valeano"

Era probabilmente ripresa da una fonte francese di Parigi che racconta di come Filippo IV fece battere monete con un titolo più basso di quello dichiarato, a causa delle forti spese sostenute
nella guerra contro le Fiandre.

Sempre dal Villani Dante mutua le singolari circostanze della morte del re disarcionato da un cinghiale; l'aquila predice che morirà di colpo di cotenna, forse perché Dante credeva erroneamente che il re fosse stato colpito dalle zanne dell'animale ("cotenna" è la pelle del cinghiale, qui per estensione indica il cinghiale stesso) nel 1314. ***

Con non minore spietatezza e durezza di giudizio è riguardata la morte di Filippo, dov'è esplicito sarcasmo nel mettere in luce il contrasto tra la morte di un personaggio così illustre e la banalità del mortale incidente di caccia.

 

Dante sceglie due esempi di uso scorretto del denaro entrambi per mano di sovrani. Il contesto è il cielo di Giove, in cui Dante elenca tutte le malefatte dei sovrani cristiani d’Europa.

Il re di Serbia Stefano II, nello stesso contesto dei sovrani corrotti, falsificò il ducato
veneziano e lo mise in circolazione allo scopo di causare un danno economico a Venezia.

«che male ha visto il conio di Vinegia» (Pd XIX 141)

 

* Michel Chevalier - "Sulla moneta", 1850

** Bailly - "Storia finanziaria della Francia"

*** Villani - "Cronica", VIII, 58

Si vedano anche:
http://www.homoerrans.com/2020/05/il-mal-di-francia-filippo-il-bello.html
https://divinacommedia.weebly.com/filippo-il-bello.html
http://arjelle.altervista.org/Tesine/Federica/templ5.htm